J.C. Izzo, Chourmo e Solea, la trilogia marsigliese prosegue e termina lasciandoci orfani
Questi due romanzi sono stati scritti da Izzo alla fine degli anni Novanta ma, le parole di denuncia di Fabio Montale e della sua amica Babette, giornalista che si imbatte negli affari della mafia italiana nel sud della Francia, ricordano molto quelle di Roberto Saviano in Gomorra. Sono consapevole che Cosa Nostra non è nata ieri e di quello che ha significato per la storia recente e meno recente dell'Italia questa piaga, ma non pensavo che già venti anni fa fosse così evidente e prepotente lo sviluppo di certi traffici finanziari sempre più legati all'economia degli stati europei. La Mafia grande protagonista non riesce però ad eclissare la figura di Fabio Montale, ormai ex poliziotto disilluso, rimasto solo dopo la partenza di Lole, la donna tanto amata e aspettata. Montale che tenta di ricostruirsi una vita, di ritrovare la pace andando a pesca, frequentando il bar di Fonfon, lasciandosi accudire da Honorine, tenera e forte sostituta della madre persa quando era ancora un ragazzo. Ma la realtà nella sua crudezza torna a bussare alla porta della sua casa a Les Goudes, appena otto gradini sopra il mare, e lo riporta sulle tracce di persone scomparse, amici di un tempo, ex colleghi. La società che Izzo dipinge è malata: di indifferenza, di razzismo, di intolleranza, di frenesia. Persino l'amore fatica a compiersi, anche quando è reale, sembra che il resto lo soffochi togliendogli la speranza e il futuro. Nella trilogia marsigliese ci sono tutti i grandi sentimenti che ci smuovono: la rabbia, l'indignazione, il coraggio, la paura. C'è posto per la buona cucina, per il sesso, per la dolcezza, per la malinconia. E alla fine un grande vuoto, perché soprattutto oggi di persone come Fabio Montale ci sarebbe un disperato bisogno, perché di yes men ce ne sono fin troppi, uomini che parlano solo di profitti e di fatturati:non c'è da stupirsi che i mafiosi li abbiano copiati e clonati.

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